In prima persona: Sonia Mulero Monroy

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DATA:15 Giugno 2026
Sonia Mulero Monroy è direttrice della Fondazione Banco Sabadell. Il suo percorso professionale è caratterizzato da una visione profondamente umanistica della leadership culturale e sociale. Nel corso della sua carriera ha costantemente difeso il valore strutturale della cultura e del pensiero critico in un contesto sempre più dominato dall’immediatezza, coniugando sensibilità, visione strategica e un forte impegno verso il lungo termine.

Quali sono le tue responsabilità principali nel tuo ruolo attuale?

Guido la fondazione partendo da una convinzione molto chiara: il talento cambia le vite, ma quando viene adeguatamente sostenuto e messo in relazione con gli altri, può anche trasformare le società. Il mio lavoro non consiste soltanto nel gestire programmi, ma nell’individuare opportunità prima che diventino evidenti, creare possibilità laddove non esistono ancora e costruire ponti tra il talento, le istituzioni e il futuro.

Una parte fondamentale del mio ruolo consiste nell’identificare persone, istituzioni, idee e progetti con un autentico potenziale trasformativo, sostenerli con attenzione e creare ecosistemi in cui possano crescere. Opero all’intersezione tra cultura, educazione, scienza, pensiero critico e mondo giovanile, perché credo profondamente che le grandi sfide del nostro tempo non possano essere affrontate da discipline isolate.

Ma forse, soprattutto, cerco di fare in modo che ogni iniziativa abbia un significato che vada oltre sé stessa. Non mi interessa soltanto promuovere buoni progetti; mi interessa contribuire a una società in cui l’opportunità di sviluppare il proprio talento non sia un privilegio riservato a pochi.

Ho imparato che oggi dirigere una fondazione significa porsi costantemente una domanda essenziale: come possiamo trasformare sensibilità, eccellenza e opportunità in un impatto reale?

Qual è stato il tuo percorso professionale per arrivare dove sei oggi e quali sono state le sfide più grandi che hai affrontato?

Il mio percorso professionale è stato una combinazione di visione, intuizione, lavoro costante e una continua ricerca di profondità. Non ho mai considerato la mia carriera come una semplice progressione professionale, ma come la costruzione di significato: come generare un impatto reale in ambiti in cui ciò che è intangibile  (la cultura, il pensiero, il talento) può apparire meno urgente, quando in realtà è essenziale.

Una delle sfide più grandi è stata proprio difendere questa prospettiva: investire nel lungo termine in contesti spesso dominati dall’immediatezza. Credere nel valore strutturale della cultura, intesa come strumento di trasformazione e coesione sociale, così come nell’educazione e nel pensiero critico, anche quando non rappresentano le priorità più evidenti.

C’è stato anche un importante percorso di crescita personale: comprendere che la leadership non significa avere sempre tutte le risposte, ma saper sostenere le domande importanti, prendere decisioni difficili e imparare a non tradire sé stessi per conformarsi.

Ho vissuto momenti in cui ho dovuto costruire la mia legittimità, conquistare spazio e dimostrare che sensibilità e strategia non sono opposti, ma una combinazione potente. E forse questa è stata una delle lezioni più importanti: la vera leadership non consiste soltanto nell’arrivare, ma nell’ampliare ciò che è possibile per gli altri lungo il cammino.

Come ti mantieni ispirato e aggiornato in un settore in continua evoluzione? Quali sono le tue fonti principali di informazione?

Per me l’ispirazione non deriva soltanto dall’essere informata; nasce dal rimanere intellettualmente vigile e dal non perdere curiosità e speranza nonostante il contesto.

Stiamo vivendo un periodo di trasformazione radicale (tecnologica, sociale e culturale) e credo che rimanere aggiornati richieda molto più che consumare informazioni: servono discernimento, curiosità e la capacità di collegare idee provenienti da discipline diverse. Leggo, faccio ricerca, ascolto e osservo costantemente, ma soprattutto cerco di guardare dove mondi apparentemente lontani si incontrano: i giovani e la filosofia, l’intelligenza artificiale e l’etica, la cultura e l’impresa, l’arte e l’innovazione.

Mi interessano tanto i grandi rapporti internazionali e i leader di pensiero quanto le conversazioni reali con giovani, creativi e imprenditori che vivono il cambiamento in prima persona. Molto spesso, le migliori fonti di ispirazione non provengono da una tendenza consolidata, ma da una sensibilità emergente.

Ho anche imparato che restare aggiornati non significa inseguire tutto, ma comprendere ciò che genera realmente trasformazione. In un mondo saturo di stimoli, il discernimento è diventato una forma di leadership.

Quali competenze o qualità consideri fondamentali per il tuo successo nel settore culturale?

Probabilmente la più importante è stata la capacità di riconoscere il talento e il potenziale ancora prima che si manifestassero pienamente. Vedere oltre l’evidenza. Individuare possibilità. Assumersi dei rischi e sostenerli sempre sulla base di argomentazioni solide e dati concreti.

È stato inoltre fondamentale combinare visione strategica e sensibilità umana. Per molto tempo la cultura è stata considerata appartenente esclusivamente alla sfera simbolica, ma io credo che possa e debba essere anche infrastruttura sociale, pensiero critico e motore per il futuro.

L’ascolto è stato essenziale. Ascoltare davvero permette di comprendere i contesti, individuare i bisogni e costruire risposte più efficaci. A questo si aggiunge la capacità di connettere persone, discipline e istituzioni che, lavorando insieme, possono moltiplicare il proprio impatto.

Ma se c’è un elemento che considero fondamentale, è non perdere mai la profondità. In un ambiente che talvolta premia la velocità o la visibilità, credo che mantenere discernimento, rigore e senso dello scopo rappresenti ancora un potente fattore distintivo.

Che consiglio daresti a chi sta iniziando la propria carriera nel mondo culturale?

Direi di non entrare in questo settore pensando soltanto a trovare il proprio posto, ma a come ampliare quello spazio anche per gli altri.

Il mondo della cultura ha bisogno di passione, ma anche di eccellenza, pensiero critico, professionalità e di una prospettiva capace di confrontarsi con le sfide reali del nostro tempo. Non basta più amare la cultura: bisogna capire come renderla rilevante, sostenibile e connessa al futuro.

Consiglierei di coltivare la profondità prima dell’urgenza. Di perseguire una formazione ibrida. Di leggere molto. Di comprendere la tecnologia. Di sviluppare discernimento. Di imparare a gestire, ma anche a immaginare.

E forse, soprattutto, di non confondere la visibilità con l’impatto. Alcune delle carriere più preziose si costruiscono attraverso la coerenza, la credibilità e la capacità di creare valore reale, anche quando non sono le più rumorose.

Direi inoltre che ci saranno momenti di dubbio, porte chiuse o la sensazione di non trovare pienamente il proprio posto. Ma molto spesso è proprio lì che comincia a emergere una voce autentica.

Perché, in definitiva, costruire una carriera significativa nel mondo della cultura non significa soltanto partecipare al sistema, ma contribuire a trasformarlo. E questo richiede non solo talento, ma anche coraggio.